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Ingegneria rinascimentale sul lago di Loppio

Quella volta che i Veneziani decisero di trasportare la flotta fino al Lago di Garda

Che i Veneziani fossero più avvezzi all’acqua che alla terra è risaputo. Forti della loro esperienza nel campo, in un’epoca ancora estranea agli agi moderni si fecero promotori di un’iniziativa a dir poco incredibile, votata a un unico scopo: affrontare il nemico sul terreno che conoscevano meglio.

Siamo negli anni quaranta del XVI secolo. Il Ducato di Milano è riuscito a conquistare le terre lombarde fino alla riva sud del lago di Garda; l’esercito si è asserragliato nei castelli di Peschiera del Garda e di Desenzano, isolando Brescia, assediata dal capitano di ventura Niccolò Piccinino. La città chiede allora aiuto alla storica nemica dei milanesi, la Repubblica Veneziana, guidata da Erasmo da Narni detto il Gattamelata. L’esperto condottiere capisce subito che l’unico modo per aiutare Brescia è arrivare da nord, da Torbole, evitando un rischioso scontro frontale.

 

Il dipinto del Tintoretto sul soffitto della sala del Maggior Consiglio che raffigura la battaglia navale sul lago di Garda

Il tragitto

Più facile a dirsi che a farsi: il fattore sorpresa gioca un ruolo fondamentale, non ci sono navi da guerra disponibili e il fiore all’occhiello della Serenissima è ormeggiato 200 km più a est, a largo delle coste adriatiche. Ma è in questa impasse che entrano in azione le più brillanti menti ingegneristiche dell’epoca, creando quell’operazione che è passata alla storia come galeas per montes.
Non serve una laurea in lettere antiche per individuare il significato dell’espressione: i veneziani trasportarono, letteralmente e incredibilmente, le loro galee attraverso i monti. L’operazione iniziò da Sottomarina di Chioggia, area lagunare dalla quale venticinque barconi, sei galee e due fregate (alcune fonti parlano di due galee e di sei fregate, ma il numero è lo stesso) risalirono lungo l’Adige, passando per Legnago e Verona. Qui trovarono il fiume in secca, ostacolo che li costrinse ad applicare alle navi dei galleggianti di legno per ridurne il pescaggio. Tutto andò bene fino al porto fluviale di Ravazzone, nei pressi di Rovereto; da quel momento in poi, però, il piano fu costretto ad abbandonare il corso dell’Adige per dirigersi verso il Lago di Garda.

 

venezia

Galea veneziana

Il trasporto via terra

La flotta, tirata in secco, fu trasportata fino a Mori grazie all’impiego di carpentieri, falegnami e sterratori che prima livellarono il terreno estirpando alberi, pietre e case, e poi vi costruirono una nuova strada di legno sulla quale, tramite dei tronchi e la forza dei buoi, fecero scivolare tutte le imbarcazioni.  Procedettero in questa maniera fino al lago di Loppio – oggi prosciugato a causa del disastro ambientale avvenuto nel 1956 durante la costruzione della galleria Adige-Garda – che permise di rimettere le navi in acqua per circa due chilometri. Restava solo oltrepassare il Monte Baldo: esse furono tirate in secco di nuovo e trascinate per Passo San Giovanni; mancava solo la temibile discesa verso Nago-Torbole. Le fonti riportano come la titanica impresa sia stata portata a termine tramite funi e argani assicurati a olivi secolari – poi miseramente ceduti sotto al peso delle imponenti imbarcazioni. Si attese che soffiasse il vento pomeridiano da sud, per poi spiegare le vele e rallentare così la discesa.
Fu così che i veneziani, a bordo della stessa flotta che aveva attraversato «terreni erti e alpestri», riuscirono finalmente ad affrontare i milanesi a largo di Desenzano. Il fattore sorpresa ormai era sfumato, e la superiorità numerica dei milanesi decretò la sconfitta dei veneziani: solo due galee riuscirono a riparare nel porto di Torbole. Brescia non fu liberata, ma il varco aperto permise ai veneziani di rifornirla di derrate e di sostenere l’assedio per un altro anno.
Nel corso dello stesso 1439 venne allestita a Torbole una nuova flotta, con del materiale trasportato sempre con l’ormai collaudata via. Quella volta gli sforzi furono premiati: i milanesi furono sconfitti nel 1440.


Laureata in Lettere Moderne e in Informazione, Editoria e Giornalismo, è appassionata di letteratura contemporanea, scrittura, fumetto e nuovi media. Collabora come editor per diverse case editrici romane e come articolista per testate online.