Fogazzaro: suggestioni d’acqua dolce

Lo scrittore italiano racconta l'amore per i suoi laghi e per le bellezze dalla Valsolda

Che Antonio Fogazzaro sia rimasto colpito dal fascino raffinato dei laghi della Lombardia, è ormai risaputo. Basti pensare all’ambientazione che scelse, non solo per i romanzi che lo consacrarono nell’Empireo dei maggiori scrittori italiani di fine Ottocento, ma anche alle prime raccolte poetiche.

Le note paesistiche di Valsolda

È il caso di Una ricordanza del Lago di Como, o della seconda parte di Najadi, dal titolo de Il Lago. Ma è senza dubbio in Valsolda che Fogazzaro esprime tutto il suo amore per quell’angolo della terra lombarda. Valsolda non è altro che un piccolo comune arroccato lungo le rive del Ceresio, dove lo scrittore – che da piccolo soleva visitare la maestosa villa del nonno – tornava spesso per godere di quella «umile, povera, oscura terra». Prima che le disgrazie fisiologiche della vita lo colpissero – la morte del padre, del maestro Giacomo Zanella e quella del figlio Mariano, vittima prematura del tifo – Antonio Fogazzaro era un uomo gioviale, amante della compagnia e della natura al punto di organizzare delle gite sui monti che serbano il lago. Nella raccolta poetica che ne porta il nome, Valsolda risveglia nel poeta sensibilità e immaginazione, mentre il silenzio del lago lo invita a navigare oltre i limiti di ogni cosa creata. È facile immaginarlo scrutare il Ceresio dall’alto dei rilievi prealpini, con lo zaino in spalla e un buon pasto per quietare la rumorosa brigata che lo accompagna.

Antonio Fogazzaro

Antonio Fogazzaro alla sua scrivania

Le acque del lago di Lugano catturano lo spirito del poeta, favorendo una consonanza dell’anima con la natura che è propria degli scrittori stranieri – Schiller, Shelley, Hugo, Heine e Poe, per citarne alcuni – piuttosto che del genio greco e latino dal quale Fogazzaro, culturalmente, discende. Il genius, infatti, tende a dominare la natura e, anche quando opera delle similitudini, resta sempre uno spettatore, incapace di immedesimarsi, di provare un autentico sentimento di panteismo. Con il Cristianesimo, l’amore per il creato si declina nelle forme più varie, ma non si entra davvero in contatto con la natura; qualche accenno lo fanno San Francesco, Petrarca, Leopardi, ma non si toccano mai i picchi dei popoli nordici che, dal canto loro, sono animati dal desiderio di cercare il pensiero interiore anche nel creato. Ed è proprio a loro che Fogazzaro guarda quando dipinge un luogo in cui la natura si anima per incanto, popolata dalla presenza del genius loci. Non sorprende che la critica non l’abbia gradita: più delle scorrettezze informali e del verso claudicante, la cultura italica non poteva apprezzare la nordica verità di emozioni senza retorica.   

La villa materna, panacea dei mali della vita

Dopo la perdita dei suoi affetti, la vena scenografica e gioviale dello scrittore si affievolisce, fino a estinguersi tra le stanze di una. La villa di Oria, che tanto aveva allietato la sua infanzia finisce per lenire le sue ferite da adulto. Ne fornisce una descrizione in Piccolo Mondo Antico, ambientato proprio sul Lago di Lugano, ed è affascinante notare come quella perla architettonica – oggi denominata Villa Fogazzaro – Roi e proprietà del FAI – non sia cambiata affatto.

«Sopra l’arco della darsena, una galleria sottile lega il giardinetto pensile di ponente alla terrazza di levante e guarda il lago per tre finestre… Dietro alla loggia vi ha una sala spaziosa e dietro alla sala due stanze: a ponente il salottino da pranzo tappezzato di piccoli uomini illustri di carta, ciascuno sotto il proprio vetro e dentro la propria cornice, ciascuno atteggiato dignitosamente a modo degli illustri in carne e d’ossa, come se i colleghi non esistessero e il mondo non guardasse che a lui; a levante, la camera dell’alcova.»

Di diverso, nel romanzo, c’è solo una terrazzina, con archi sormontati da una piccola e graziosa cupola, e del giardino pensile non viene menzionato il carrubo. In compenso, si tessono le lodi del cipresso, dell’olea, del ficus repens e dei due aranci. La scena fogazzariana si completa con il paesaggio che circonda la villa, addossata ai ripidi vigneti della montagna: questa svetta, con la sua facciata modesta, tra gli ulivi, e sta a cavaliere della viottola che costeggia il lago. A ovest, verso il villaggio, il lago corre dritto tra due uniformi pareti fino al gibboso Monte San Salvatore, mentre a est, i declivi della Valsolda, pallidi di uliveti, s’ingemmano di bianchi paeselli sotto la protezione di un torrione di roccia.

 


Dei tormenti dello scrittore, resta un’iscrizione, posta all’interno di un cassetto della scrivania, in cui lamenta la perdita del figlio Mariano e, naturalmente, le sue opere letterarie, che corrono sul doppio binario della base storica e delle presenze misteriose. In scritti dove l’indagine psicologica – spesso confusa con lo psicologismo da salotto – si interseca con i colpi di scena propri del romanzo di intrattenimento e con il misterioso, l’occulto e il mistico, è facile cogliere quella strana sensazione bipartita che deve aver assalito Antonio Fogazzaro, spezzato dai lutti familiari, mentre contemplava il Ceresio dalla terrazzina della sua villa di Oria.

 


 

Riferimenti bibliografici:

Molmenti, P., Antonio Fogazzaro. La sua vita e le sue opere, Hoepli, Milano 1900.
Casadei, A. e Santagata, M., Manuale di letteratura italiana contemporanea, Laterza, Bari 2011.

 


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Laureata in Lettere Moderne e in Informazione, Editoria e Giornalismo, è appassionata di letteratura contemporanea, scrittura, fumetto e nuovi media. Collabora come editor per diverse case editrici romane e come articolista per testate online.