Lago di Como

Un viaggio lungo le strette rive di un lago, il Lario, che è stato modellato da due elementi che, alternativamente, creano e distruggono: l'acqua e la pietra

Un detto locale recita: «Il lago di Como ha la forma di un uomo, una gamba a Lecco e quell’altra a Como, il naso a Domaso ed il sedere a Bellagio.»
Questo lago prealpino, spartito tra le province di Como e di Lecco, ha infatti la curiosa forma di una Y rovesciata. Si tratta altresì del lago più profondo e con maggiore estensione perimetrale d’Italia: sembra che il suo secondo nome -Lario- derivi dalla particella etimologica preindoeuropea lar-, atta a indicare un luogo incavato. Sorvolando il territorio del lago, il paesaggio si rivela infatti scosceso, con declivi erbosi che spesso mutano in dolomie rocciose, guglie e torri.

Scavato nella pietra

Quella del Lario, è una storia che parla l’antico linguaggio della pietra. Rocce che scavano e modellano, come i grossi macigni erratici precipitati dalle montagne vicino a Torno – i Massi Avelli – che finirono per essere utilizzati come camere sepolcrali fin dalla più remota Preistoria. Oppure la cosiddetta Pietra Pendula, a forma di fungo, che sembra perdere il suo cappello da un momento all’altro.
Pietra che racchiude rari e preziosi fossili, come quello del Mostro del Lario, entità misteriosa con la quale era stato erroneamente identificato il Lariosaurus, ritrovato per la prima volta nel 1830, o ancora del Perleidus, pesce preistorico ritrovato presso le cave che tempestano il comune lecchese di Perledo.
Rocce che l’uomo ha piegato a suo uso e bisogno, come le ripide scalotte di Corenno Plinio, nel comune di Dervio, scavate direttamente nella pietra e dotate di pesanti portoni di legno massiccio da chiudere in caso di attacco nemico.

O ancora come i celebri crott, ambienti ricavati da anfratti naturali dove un tempo veniva conservato il cibo – grazie a strategiche correnti d’aria che spiravano alla temperatura costante di 6° – e dove ancora oggi è possibile gustare i piatti tipici della tradizione lariana, rigorosamente a base di pesce di lagomisultin, lavarelli in carpione, persico – e polenta di mais e grano saraceno.

Acqua che crea, acqua che distrugge

Parlando di legami sinergici, è impossibile non citare quello della pietra e dell’acqua. Il primo pensiero va ovviamente al bacino lariano, che conferisce all’intera zona un clima straordinariamente mite, permettendo sia la coltivazione di specie arboree solitamente diffuse più a sud – come gli olivi, che prosperano nel giardino omonimo del Castello di Vezio a Varenna e a Sorico, conferendo a quest’ultima il titolo di settore più a settentrione di propagazione della specie – sia lo stanziamento di popolazioni che, nel tempo, hanno fatto dell’acqua la loro fonte di vita.


Basti pensare agli umili borghi dei pescatori, probi e laboriosi, in cui le case sembrano affastellarsi le une sulle altre, creando intricati dedali di viuzze dal retrogusto ligure. Uno di questi è senza dubbio Pescarenico, l’unico toponimo citato come tale da Manzoni, dove il fulcro della vita cittadina altro non era che la piazza, eletta a tale status dall’uso comune di adagiarvi le barche tirate in secca.
Tuttavia l’acqua ha avuto un ruolo fondamentale anche nella formazione e nella modifica di un territorio che, con la sua verde frescura e suoi toponimi di origine celtica, sembra parlare un linguaggio dalla sacralità antica, druida. I ben trentasette affluenti del Lario, scorrendo, scavano gole dagli orridi nomi, dove claudicanti passerelle vi lasceranno assaporare la vertigine del vuoto: è il caso dell’orrido di Bellano, presidiato da una torre esagonale dal significativo nome di Ca del Diavol, e di quello di Nesso, lungo il quale si dipana una gradinata di ben trecentoquaranta scalini.
Non mancano le intermittenti fonti carsiche, come quella che aveva affascinato Plinio il Giovane e, dopo di lui, Leonardo da Vinci, che gorgoglia nei pressi della Villa Pliniana di Torno, sul ramo comasco. Voluta nel 1573 da Giovanni Anguissola, l’impenetrabile villa – poi divenuta ambientazione del romanzo Malombra di Antonio Fogazzaro – intendeva rendere omaggio al grande scrittore della latinità, che in queste zone aveva fatto costruire due ville dai nomi curiosi quanto evocativi: Comoedia e Tragoedia, la cui ubicazione è ancora oggetto di discussione.
Quegli stessi affluenti trasportano, oggi come ieri, milioni di detriti che, accumulandosi alla base delle montagne, causano l’impaludamento di alcune zone e la formazione di piccoli bacini secondari. È esattamente ciò che è avvenuto nei dintorni dell’abbazia di Piona, nel comune di Colico, dove si è formato il laghetto omonimo, o dei laghi di Garlate, di Mezzola e di Olginate. Sono altresì presenti dei misteriosi laghetti sotterranei, ancora non del tutto esplorati, affiorati tra le concrezioni calcaree del Buco dell’Orso di Laglio.
Colico stessa è detta anche la Città dei Montecchi, i quali non sono che quattro collinette di depositi alluvionali innalzatesi a ridosso del lago: in particolare, il Montecchio del Forte di Fuentes – citato anche da Manzoni ne I Promessi Sposi – consentiva di dominare la piana sottostante che, in onore del conte, fu poi denominata Pian di Spagna. Il suo impaludamento, avvenuto negli anni Venti del Cinquecento, spinse gli abitanti a ricorrere alla transumanza del bestiame e a creare delle particolari imbarcazioni –i quatrass– per navigare nel fondale estremamente basso e fangoso, esalante aria insalubre.

Una società industriosa

Via d’acqua per i nautae e via di terra grazie alla presenza della via Regina, il lago di Como si è posto ben presto come crocevia per i traffici della regione insubrica: ne è una dimostrazione la conformazione urbanistica di Domaso, che sviluppatasi completamente lungo questa importante arteria.

Ad alimentare i commerci, il temperamento laborioso delle genti indigene, propense alla lavorazione della pietra – provenivano quasi sicuramente da Varenna i Maestri Comacini, costruttori riuniti in una corporazione edile itinerante famosa in tutto lo Stivale – del ferro – era di Dongo il creatore del primo altoforno a carbone per la produzione della ghisa – e della seta. La lavorazione di quest’ultima trasformò un intero centro urbano, quello di Cernobbio, in una vera e propria cittadella serica: sulla base dell’impianto industriale delle Tessiture Bernasconi, vennero in seguito aggiunte strutture complementari quali un asilo nido e la villa padronale, in stile liberty, con decorazioni di farfalle e bachi da seta.


Ma l’ingegno delle suddette genti non finisce qui. Tra le personalità legate al Lario c’è quella di Alessandro Volta, a cui è dedicato un Tempio, in realtà un museo nato dall’esposizione celebrativa per il primo centenario dalla morte dell’inventore della pila e scopritore del metano.

foto di antonio selva

Chiesa di Santa Maria del Tiglio, foto di Antonio Selva per gentile concessione di Visit Gravedona

La sua dimora è visitabile lungo la via Regina che passa attraverso il comune di Gravedona ed Uniti, nell’Alto Lario occidentale: chissà che non vi capiti di sentir suonare le campane della chiesa di Santa Maria del Tiglio, con tanto di scongiurabecc da parte degli abitanti. Una leggenda vuole infatti che un giovane avesse smarrito il suo caprone (il becco) che, non visto, si era nascosto nella suddetta chiesa, impigliandosi poi tra le corde delle campane. Gli abitanti, pensando che il suono fosse opera di Satana, si misero a pregare (scongiurare) finché il ragazzo, avendo capito chi – o meglio, cosa– fosse il vero artefice del trambusto, non richiamò il suo animale con un fischio, dando origine a un curioso mottetto locale. E pensare che, negli Annali di Fulda dell’823, si parla di un affresco, custodito proprio nella chiesa di Santa Maria del Tiglio, che per giorni non fece che rifulgere di luce propria!
A queste particolari costruzioni si alternano gli edifici razionalisti di Terragni e Lingeri, che punteggiano altresì la disabitata Isola Comacina. Avvolta dall’acqua tranquilla di Zoca de l’oli, la baia che ne vide la distruzione da parte dei comaschi nel 1169, l’isola comasca conserva unicamente una chiesa e qualche altra suggestiva rovina, insieme alla locanda nella quale alloggiò Alfred Hitchcock, che scelse il Lario come ambientazione ideale per alcune sue pellicole.

 

Perle architettoniche

Le stratificazioni pietrose delle montagne sembrano affondare direttamente negli abissi di questa lunga e stretta fenditura montuosa, talmente angusta da permettere all’occhio di individuare, sulle rive prospicienti, altre innumerevoli perle architettoniche costruitevi nel corso del tempo. Arroccati lungo le ripide rive si scorgono infatti edifici testimoni di un passato non proprio pacifico, attraverso il quale si propaga l’eco non solo della decennale battaglia tra milanesi e comaschi, ma anche delle due guerre mondiali. Torri di vedetta, fortilizi – quello di Montecchio Nord è rimasto intatto dalla Grande Guerra, unico in Italia – un sistema difensivo sotterraneo, impropriamente chiamato Linea Cadorna che, fatto saltare sotto il piazzale della chiesa di Brienno, avrebbe salvato Milano e la Pianura Padana occludendo la via Regina. Quelli che non erano altro che piccoli borghi, divennero addirittura teatro dell’esecuzione di personalità fin troppo ingombranti: basti pensare alla fucilazione di Mussolini, avvenuta nella frazione di Giulino, nel comune di Tremezzina, o al bombardamento dell’albergo Bazzoni di Tremezzo come rappresaglia degli inglesi per la suddetta esecuzione, avvenuta al di fuori del controllo delle forze alleate e causa del mancato recupero del carteggio Churchill-Mussolini.
Tuttavia, il vero simbolo del Lario sono le ville disseminate lungo il perimetro, che suggeriscono una tipologia di soggiorno dedita alla meditazione e all’otium letterario. Sembrano emergere direttamente dal verde cupo della fitta vegetazione montana, occhieggiando tra le folte chiome di castagni e faggi; non è poi così difficile immaginarne le ariose stanze profumate dalle esalazioni balsamiche di pini mughi e rododendri.
Punta estrema della penisola di Lavedo, la Villa del Balbianello, bene FAI, è avvolta dai rampicanti che prosperano nel suo splendido giardino, integrandosi con la sua struttura architettonica di gusto neoclassico.


Villa d’Este, a Cernobbio, fu teatro del conturbante delitto dell’Ermellino, così chiamato perché Pia Bellentani uccise il suo amante nascondendo la pistola sotto una stola ricavata dalla pelliccia del prezioso animale. Villa Carlotta, a Tremezzo, custodisce piante rare alte anche venti metri, attorniate da splendide azalee e rododendri, la cui bellezza, durante la fioritura, è ben nota in tutto il bacino.
Villa Melzi d’Eril, a Bellagio, custodisce invece tesori esotici: sculture egizie, un laghetto giapponese, un’urna etrusca, una gondola veneziana voluta da Napoleone, una statua di Dante e Beatrice che ispirò una famosa sonata di Liszt. Il suo parco, studiato per suscitare una sensazione di grandezza e magnificenza in chi lo guarda, è il primo esempio di giardino all’inglese del bacino lariano.

Intellighenzia in villeggiatura

Non è infatti un mistero che fin dai tempi di Plinio, si siano specchiati nelle acque del Lario personaggi dell’intellighenzia nazionale e internazionale. Luchino Visconti aveva la propria dimora estiva nella splendida Villa Erba di Cernobbio, Giuseppe Verdi scrisse alcuni passi de La Traviata quando era ospite presso i Ricordi, famosi editori musicali, mentre Rossini scrisse un’opera ispirata alla vicenda della regina Adelaide, rinchiusa da Berengario II nel castello di Lierna. Stendhal ambientò a Cadenabbia, una frazione di Griante, alcuni passi de La Certosa di Parma, mentre Leonardo da Vinci disegnò alcuni particolari del paesaggio della conca di Lecco, utilizzandoli poi nelle due opere quasi gemelle denominate Vergine delle Rocce. Vincenzo Bellini, Winston Churchill, Clemente Rebora e Delio Tessa soggiornarono tutti a Moltrasio, teatro della guerra partigiana.


Ma parlando di Lecco e, soprattutto, degli echi letterari che sembrano riecheggiare, incrociandosi e mescolandosi, lungo le anguste sponde del Lario, è impossibile non citare Alessandro Manzoni, che utilizza il paesaggio a lui familiare per caratterizzare I Promessi Sposi, capostipite del romanzo storico italiano. Alcuni luoghi sono rintracciabili e, chi volesse cimentarsi in un itinerario ispirato, può visitare la presunta casa di Lucia Mondella, la trecentesca torre viscontea dove l’autore stabilisce la guarnigione dei bravi, il Castello dell’Innominato, aggrappato allo sperone roccioso che domina il Lago di Mezzola, e Villa Caleotto, dove Manzoni stesso trascorse la sua giovinezza e compose il Fermo e Lucia.

Laureata in Lettere Moderne e in Informazione, Editoria e Giornalismo, è appassionata di letteratura contemporanea, scrittura, fumetto e nuovi media. Collabora come editor per diverse case editrici romane e come articolista per testate online.