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Le due dighe che seppellirono la storia

Tesori preistorici sommersi dalle acque del lago Omodeo

In una terra dal profilo spiccatamente rurale, dove il paesaggio si intreccia a ricordi preistorici e a misteri non ancora risolti, si staglia quello che un tempo era il bacino artificiale più grande d’Europa: il lago Omodeo.

lago Omodeo.

La casa sommersa dal Lago Omodeo, foto di Giacomo Dessì

 

La Sardegna è una regione calda, rocciosa, dal fascino rude di tutte le cose poco modificate dall’uomo. Una terra da cui affiorano, con l’incredibile densità di una per ogni chilometro quadrato, case di fate e tombe di giganti, antiche costruzioni dai tratti ancora poco chiari, ma che senza dubbio contribuiscono ad aumentare l’aura di mistero che sembra appoggiarsi, come una coperta fumosa, sopra quel paesaggio brullo butterato da monumenti umani e naturali.

La violenza delle acque

In questa regione, dove fiumi a carattere torrentizio vomitano acqua e detriti in ogni dove, limitare i danni provocati dalle piene improvvise e da lunghi periodi di siccità si poneva come una questione di primaria importanza. Approfittando del fatto che il fiume Tirso avesse una portata piuttosto stabile, si decise, nel 1924, di costruire una diga nei pressi del comune di Ula Tirso. I lavori vennero affidati ad Angelo Omodeo – che aveva preso parte alla costruzione di diverse dighe sul Nilo – affinché venissero regolamentate le piene improvvise del fiume e si avesse a disposizione una riserva idrica ed elettrica per il sostentamento della pianura di Oristano. 

Sepolcri sommersi

Tuttavia, questa operazione – peraltro suggellata dalla presenza del re Vittorio Emanuele III – non fu sufficiente: nel 1997 venne inaugurata una seconda diga, più alta e capace di dare origine a un bacino più capiente. Venne chiamata diga Eleonora d’Arborea, per rendere omaggio al Giudicato d’Arborea di cui queste lande avevano fatto parte. Questa seconda operazione comportò la sommersione non solo della prima diga, ma anche di diversi frammenti storico-archeologico: in primis le domus de janas (traducibile con casa delle fate), tombe scavate nella pietra tipiche dell’epoca prenuragica (IV millennio a.C.). Sorta di riproduzione in miniatura delle abitazioni reali di questi costruttori preistorici, le domus de janas ospitavano il sonno eterno dei morti che, posti in posizione fetale, venivano dipinti di terra rossa e ricoperti di valve di molluschi, ma non prima di essere equipaggiati di tutti quegli strumenti – compreso il cibo – di cui avrebbero fatto uso se fossero stati ancora vivi.
Il lago, lungo ben ventidue chilometri e largo tre, ha sommerso anche i nuraghi, le tipiche costruzioni di pietra a tronco di cono che costellano la terra sarda, e le tombe dei giganti, quei sepolcri monumentali collettivi, lunghi fino a trenta metri, la cui forma absidata era ottenuta tramite enormi monoliti confitti nel terreno. Il tumulo, simile a una nave rovesciata, sbocciava in una facciata a semicerchio, simile a corna di toro, che nelle costruzioni più antiche abbracciava una stele fessa alla base, probabilmente chiusa da un masso.

 

San Pietro di Zuri, foto di Cristiano Cani

Il volto positivo della siccità

Ma le sorprese del lago di Omodeo non finiscono qui. Se la stagione è poco piovosa, è possibile vedere affiorare anche il villaggio di Zuri, privato però della chiesa romanica di San Pietro Apostolo: quest’ultima fu infatti smontata e ricostruita (processo di anastilosi) sull’altura scelta per l’edificazione del nuovo villaggio. Dal lago affiora anche una casa a due piani, chiamata la casa del custode, un edificio suggestivo dotato di una scalinata che scende fino al punto in cui, prima della creazione del lago, doveva esserci stato il letto del fiume. 

Monumenti naturali (più o meno)

Tale dunque è stato il risultato della campagna di bonifica di questa parte di Barigadu, operazione che oggi ci permette di considerare parte integrante di questo luogo elementi tipici delle aree umide come i fenicotteri e le risaie. È curioso che il comune di Ula Tirso, sede della prima diga, sia oggi gemellato con un’altra cittadina rivierasca – Peschiera del Garda. Attorno al lago sorgono poi Busachi, il paese più lungo della Sardegna, vista la sua stravagante planimetria; Sedilo, con il santuario di S. Antine dove si svolge una delle più suggestive manifestazioni religiose sarde, pareggiata solo dal rito di origine catalanas’inscaravamentu, ovvero lo schiodamento di Cristo dalla croce – che si ripete ogni Pasqua a Ula Tirso. Infine Tadasuni, dove c’è il museo degli strumenti musicali sardi e Nughedu Santa Vittoria, che ospita il  museo naturalistico Oasi di Assai, comprensivo di una collezione di minerali e di una xiloteca.
Dal monte di Santa Vittoria, che sovrasta l’Oasi, è possibile ammirare tutto questo godendosi il fresco della macchia mediterranea: l’area del lago è infatti un sito d’interesse comunitario non solo per la varietà della flora, ma anche di quella della fauna. La bellezza paesaggistica, con altipiani basaltici e aspre montagne ricoperte di foreste, chiudono il bacino da ogni lago; e, passeggiando nei boschi inebriati dal profumo del sottobosco, possiamo facilmente immaginare come doveva essere, venti milioni di anni fa, la foresta di conifere che ora giace, fossile, sul fondo del Lago Omodeo.

Foto di copertina: Marta


Laureata in Lettere Moderne e in Informazione, Editoria e Giornalismo, è appassionata di letteratura contemporanea, scrittura, fumetto e nuovi media. Collabora come editor per diverse case editrici romane e come articolista per testate online.